Appunti d’inverno in Albania: la voce del mare


Un piccolo racconto di Luca, volontario e respo TL che ha partecipato al
campo invernale 2013 organizzato a Rragam (area di Scutari, Albania).

Buona lettura.


Appunti d'inverno - volontariato in Albania

La voce del mare

“Buongiorno signore, come stai?”
“Ciao, sto bene grazie. Oggi è proprio una bella giornata per sedersi al parco. Sei qui da sola?”
“No signore, la mia mamma è li che mi sta chiamando. Il mio cagnolino è dietro di te che sta facendo la pipì su quell’albero.”…
“A cosa pensi signore? Perché hai in mano una conchiglia?”
“Sto pensando a tante cose. Hai mai messo una di queste vicino all’orecchio?”
“No signore, cosa succede?”
“Si sente il mare!”
“Posso provare signore?”
“Certo, eccotene una.”
Estrasse una piccola conchiglia color marrone dalla tasca sopra il suo cuore.
Poco più in basso, nell’altra tasca c’era una piccolo quaderno, tutto stropicciato ma pieno di parole.
“Signore si sente veramente il mare. Ma che mare è?”
“E’ il mare dei ricordi, vuoi sapere cosa si sente nella mia conchiglia?”
“Sì Signore, sono curiosa. Mia mamma mi dice sempre che essere curiosi non va bene. Poi le persone possono farmi male. Eccola…”
“Quante volte ti ho detto che non devi allontanarti senza avvisarmi!!!”
“Ma mamma Goffy è venuto qui a fare la pipì e l’ho seguito.”
“Su andiamo!!!”
“No, il signore mi stava raccontando cosa si sente nelle conchiglie! Lo sai che in queste si sentono i ricordi?”

“Signora ne vuole una?”
“No guardi, non abbiamo tempo.”
“Invece sì che ne abbiamo mamma! Mi hai chiesto cosa volevo fare, voglio ascoltare il signore!!!”
“Prenda anche lei una conchiglia avanti, non si preoccupi!”
“Mamma lo senti il mare?”
“Certo che lo sento, amore.”
“Cosa dice il mare signore? Cosa dice il tuo mare? Voglio saperlo!”
“Il mio mare mi sta parlando di un aereo che atterra poco lontano da qui. Di un furgoncino bianco che sembra una macchina di lusso.
Mi sta ricordando di tutti quei chilometri fatti guardando fuori dal finestrino! Si vedevano persone passeggiare, persone con un dito alzato che chiedevano un passaggio. Di montagne che facevano da cornice al nostro quadro che continuava a muoversi. Sento la voce di un cameriere che ci porta tante cosa da mangiare, che prende in braccio il bambino e lo chiama “Il capo”. Riesco ancora a sentire il fumo della carne alla griglia, il sapore del primo pane di mais, inzuppato di siero, che mi avvolge il palato.
Mani che si accarezzano per le presentazioni ufficiali.
Il mare mi sta portando il rumore del motore che ringhia in salita.
Piccole case ,con panni stesi in cortile, ci danno il benvenuto nel villaggio in cui vivremo.
Mi ricorda di una casa fredda dove solo due stanze erano riscaldate.
Di sette letti messi in un’aula di scuola. Di una piccola stufa che sbuffa aria calda sulla mia faccia.
Mi porta le voce dei miei compagni di vita, degli scherzi e dei brindisi fatti in quella cucina che sapeva di mandarino e sigaretta.
E poi voci, tante voci di bambini. Voci che sorridono, che piangono, che mi dicono parole che non capisco. Sguardi che si incrociano e trovano una complicità, di odori di stalla e di vestiti ancora bagnati. Di umidità che forse non andrà mai via dalle loro calze e dalle scarpe.
Il mare continua a parlarmi…”
“Anche a me signore!”
“Mi parla di un paese arroccato sopra un monte. Solo attraverso il Ponte di Mezzo è raggiungibile. Il motore del nostro furgoncino è stanco, meno male che siamo arrivati!!! Ci sono poche case, un cane ci abbaia contro perché deve proteggere delle pecore. Non si fa accarezzare.
Sento il pallone che sbatte contro delle rocce, l’acqua depositarsi in un pozzo vecchio centinaia di anni.
Sento il silenzioso rumore del buio, di una strada che in solo cinque minuti di camminata porta in un punto raggiungibile con la macchina nel triplo del tempo.
Sento gli sguardi orgogliosi, di quelle poche famiglie che hanno deciso di rimanere, posarsi sopra i miei occhi. Non se ne sono andate anche se la vita è sacrificio, ma la vita è sacrificio dovunque, tanto vale viverla dove ci si sente a casa. E loro a casa si sentono veramente.
Mani callose e ruvide, mani di lavoratori ci salutano. Li ringrazio, il mare sta cantando con la loro voce.
E ancora voci di bambini, questa volta però sono voci diverse. Non sono i bambini del villaggio. Sono altri bambini . I loro passi leggeri mi sorprendono, alcuni non portano ne scarpe ne calze…”
“Perché signore?”
“Non lo so piccola, non lo so! Però sento nella conchiglia le loro voci. I loro urli mentre cercano di prendermi. Corriamo, corriamo tutti insieme per poi buttarci per terra. Giriamo uniti per le mani. Mani che si scambiano un po’ di sporco. Braccia tese che fanno volare in alto, per una volta loro mi guardano dall’alto, chissà cosa vedono. Voci che sono versi di animali selvaggi, di noi che ci grattiamo la pancia sdraiati tra un sacchetto di plastica e la spazzatura. Ci capiamo, ci divertiamo e ci abbracciamo.
Adesso è arrivata un’altra onda a parlarmi, ha una voce femminile. Mi ricorda di tutte quelle donne che lottano perché vogliono farsi rispettare, vogliono aiutare chi non gode del rispetto. Chi usa persone come fossero strofinacci, quando non sono più utili li buttano e basta.
E un’altra onda è arrivata, è l’onda che scoppia. Scoppia come i rumori del primo giorno dell’anno nuovo. Sento la musica dei colori, di braccia alzate che oscillano, sento la camicia muoversi sopra la mia spalla, andare a ritmo di musica, di dita schioccare a tempo.
E ora il mare porta finalmente la sua voce. Posa il suo sguardo sopra di me. Mi riposo su una sedia vicino a lui. Lo guardo. Mi parla piano, è una voce calma, calda come la voce di una madre e fresca come il latte appena munto che ci viene offerto. Ha un sapore profondo e deciso. Come lo è l’abbraccio all’amica che aspettavo di vedere. L’amica che mi ha spinto a incontrare la sua terra. Deciso come lo sguardo sul futuro degli amici che mi hanno raccontato la loro vita e le loro fatiche trasmettendomi l’entusiasmo di una serata in discoteca oppure più semplicemente di una passeggiata in riva al lago e di un castello che ha le pareti che piangono. E la leggenda di Rozafa risuona ancora nella mia testa. Gli occhi che si intristiscono mentre narrano il passato del loro paese. Di quella voglia che hanno di conoscere il mondo, nuove persone e di lanciarsi in nuove sfide.
Hai proprio ragione mare, non posso dimenticarmi i litri di caffè bevuti e la raki che brucia nella pancia. E brucia ancora ogni volta che chiudo gli occhi e ci ripenso. Andrò a casa e bagnerò le mie labbra con le poche gocce rimaste. Penserò a quanto sia bello mettersi delle cuffie sopra le orecchie e parlare ad un microfono. Cercare di ricordare quello che si vuole dire mentre gli amici muovono le braccia e sorridono.
Mare che mi hai bagnato le scarpe, mare come il sudore che inzuppava la maglietta dell’uomo che per me è simbolo della dignità di un paese. Lavoro e gentilezza, la stanchezza che diventa fumo, che si sprigiona nelle labbra che con veemenza consumano il tabacco.
Mare che mi racconti tutte queste cose, che mi parli di montagna e di persone. Di un Paese appeso a dei muri. Di foto che non sono solo immagini ma sono storia, sono tempo che va osservato, capito ma mai giudicato. Mare che continui a parlarmi…”
“Signore perché non parli più?”
“Sono stanco piccola, non riesco più a parlare. Anche la conchiglia ha bisogno di riposarsi.”

“e io adesso cosa faccio?”
“Il mare è sempre li, non aspetta altro che tu avvicini la conchiglia all’orecchio. Ecco tieni, prendi questa corda. Vedi che c’è un buco? Aspetta, ecco fatto. Adesso mettila al collo. Ogni volta che vorrai sentire il mare avvicinala al tuo orecchio e poi racconta quello che ti sta dicendo. Solo così la voce dei ricordi rimane viva. Se nessuno la racconta tutte le emozioni annegano, il mare diventa solo acqua.”
“Va bene signore.”
“Ora vai con la mamma e il cagnolino, ricordati di sorridere. E non smettere di essere curiosa, quando sarai grande potrai raccontare anche te la voce del mare e dire che il rumore delle onde non è solo acqua che arriva e va, ma è la tua vita che vuole essere raccontata.”

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